
Buttò in acqua un altro sasso.
Mentre guardava i cerchi concentrici delle increspature disperdersi a ventaglio sulla superficie scura del fiume, Quellen si accorse che il campanello aveva ripreso a suonare, dall’altra parte della casa. Il disagio che aveva dentro si trasformò in un cupo presentimento. Si alzò e si avviò in fretta al visifono. L’accese, ma lasciò spento il video. Non era stato facile sistemare le cose in modo che tutte le chiamate a casa sua, ad Appalachia, venissero automaticamente passate lì.
— Quellen — disse.
— Qui Koll — disse una voce. — Non sono riuscito a trovarla prima. Perché non accende il video, Quellen?
— Non funziona — disse Quellen. Si augurò che l’astuto Koll non sentisse la menzogna nella sua voce.
— Venga qui immediatamente — ordinò Koll. — Io e Spanner abbiamo una cosa urgente da discutere con lei. Chiaro, Quellen?
— Sì, signore. C’è altro, signore? — chiese Quellen, depresso.
— No. Le diremo il resto quando sarà qui. — Koll interruppe bruscamente la comunicazione.
Quellen restò per un poco a fissare lo schermo spento mordendosi le labbra. Non potevano averlo scoperto. Aveva sistemato tutto. Ma, insisteva un pensiero ossessivo, dovevano aver scoperto il suo segreto. Perché, altrimenti, Koll l’avrebbe chiamato con tanta urgenza? Quellen incominciò a sudare nonostante il condizionamento che eliminava in gran parte il caldo tremendo del Congo.
L’avrebbero rimandato nella Classe Dodici se l’avevano scoperto. O, più probabilmente, l’avrebbero rispedito alla Classe Otto. Avrebbe passato il resto della vita in una stanzetta, in coabitazione con altri due o tre individui: gli individui più grossi, puzzolenti e antipatici che potessero trovare.
